
Per caso ho appena rivisto una tua vecchia foto, ne è passato di tempo…allora eri magra e la rogna stava cominciando ad attaccarti e presto avrebbe vinto la sua battaglia. Pur ritenendo di non aver fatto nulla di eccezionale, a volte mi domando se tu -ora che sei seduta sul divano davanti al camino- sia consapevole di aver vinto una specie di lotteria, di aver preso quel treno che passa una sola volta. Ma andiamo con ordine.
Le fantasie che accompagnavano i mesi precedenti la mia partenza per Capo Verde corrispondevano alle immagini che tutti conoscono e sognano sfogliando le riviste di viaggi. Il mare cristallino, le lunghe spiagge bianche e deserte, il clima eccezionale; naturalmente c’era anche l’impegno professionale con la Delegazione dell’Unione Europea, ma chi non sarebbe stato pieno d’entusiasmo sapendo che stava per passare l’autunno e l’inverno in un paradiso tropicale?
Ma mai avrei immaginato che quel piccolo puntino sull’atlante mi avrebbe presto regalato qualcosa di così speciale, un’amicizia di quelle più sincere.
Intanto le aspettative non restavano deluse. Certo, Praia, la capitale dell’arcipelago, la mia casa per quei mesi, viveva tutte le difficoltà delle grandi città: l’inquinamento, il traffico, la difficile gestione dei rifiuti e la criminalità in ascesa erano maggiormente percepiti rispetto ad altre località. Ma bastavano poche ore per essere dall’altra parte dell’isola o dell’arcipelago per godere appieno delle bellezze che la tua terra è capace di offrire.

Ma più passavano i giorni, più mi rendevo conto che esisteva anche un’altra città, un altro paese, che nell’indifferenza più generale si rendeva complice di un vero e proprio massacro contro chi non poteva difendersi.
Per quelle strade che tu conosci bene e che solo tu sai quante volte sono state teatro di violenza e di cattiveria, ma anche di giochi, di corse e di rifugio, ci sono tanti cani che ogni giorno lottano per sopravvivere. Alcuni alla ricerca di cibo vicino ai cassonetti, altri sdraiati all’ombra di qualche albero e piccoli gruppi che scelgono di vivere insieme e che si sono divisi i vari angoli delle strade. Tutti pronti a ricevere una carezza e che spesso, al contrario, ricevono un calcio, una pietra, una bastonata, persino una coltellata.

Ma non basta. Chissà se ricordi ancora l’odore del veleno che evidentemente avevi imparato a riconoscere e ad evitare, ma che ogni notte faceva una strage tra i tuoi compagni di strada. E chissà se ricordi ancora il rumore di quei camion, le grida di quegli uomini (eh già, uomini…), il colpo di quelle spranghe e i lamenti che nella tua lingua significano dolore, sofferenza e angoscia.
Io e te ci siamo incontrati per la prima volta una mattina di novembre, la tua casa era un cantiere vicino al Ministero degli Esteri dove chissà quante volte hai trovato un riparo sicuro. Devo ammetterlo, sei stata tu ad adottarmi e a decidere che saremmo diventati amici e che, sì, eri proprio tu quel regalo -certamente il più bello- che quel puntino sull’atlante mi avrebbe donato.

Li ricordo bene quei momenti: chi mi diceva che ero matto, chi che sarebbe stato impossibile, chi che “tanto non cambierà niente” (e per essere coerente, non faceva niente per cambiare qualcosa). Troppo tardi, la decisione era già stata presa o, meglio, tu avevi già deciso e -per non lasciare nulla al caso- avevi fatto in modo che i due tuoi inseparabili compagni trovassero lentamente quella fiducia verso chi appariva così simile a tutti gli altri, ma che sapevi che avrebbe fatto sì che anche per loro le strade di Praia diventassero solo un brutto ricordo una volta affidati a Silvia e a Paolo.

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