Memorie di un viaggiatore Simabo

Ad aprile, insieme alla mia compagna, sono andato a Capo Verde. Da un po’ di tempo volevamo fare un viaggio e Capo Verde era una meta che ci eravamo prefissati di vedere.

Devo premettere, non nascondendo la mia ignoranza, che facevo parte di quella compagine che immaginava Capo Verde essere un’unica isola. Ovviamente, niente di più sbagliato. L’ho imparato prima grazie a Google Earth e poi sul posto, con un’esperienza che porterò per sempre dentro di me.

Capo Verde non è solo un arcipelago di isole. E’ un insieme di storie, di incroci di popoli, di incontri tra diverse nature.
Molto presto abbiamo realizzato che la “visita turistica” si doveva trasformare in un viaggio, attraverso questo piccolo grande mondo. Girando tra i forum, ho avuto la possibilità di conoscere Silvia, italiana trasferita 10 anni fa e fondatrice nel 2008 dell’associazione Simabo per la protezione degli animali randagi di Sao Vicente e riferimento sull’isola per i principali tour operator dell’arcipelago, che non smetterò mai di ringraziare per la disponibilità dimostrata dall’inizio alla fine.

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E ce n’è voluta molta, lo posso assicurare, visto che sfortuna ha voluto che al momento della partenza ci siamo trovati nel bel mezzo dell’eruzione del vulcano islandese dal nome impronunciabile, con relativa ricostruzione e adattamento del piano di viaggio (riprenotare voli e alberghi, etc.) che ha dovuto assumere una forma un po’ più ridotta. In ogni caso, da buoni viaggiatori, non ci siamo scoraggiati e con il successivo aereo siamo partiti in direzione di Sal.

Michele e Antonella finalmente arrivati a Sal dopo una settimana di pellegrinaggio tra la Sardegna e l’aeroporto di Bergamo, in attesa che si dissipasse la nuvola nera del vulcano islandese.

La prima sensazione, comune a tutto l’arcipelago, è il vento (spesso non eccessivo ma costante) unito a quell’odore particolare, che avevo sentito l’ultima volta dall’altra parte del continente in Tanzania, a centinaia di chilometri di distanza. E’ l’Africa! E i suoi sensi. Sal è l’isola più turistica ma dal punto di vista del paesaggio e dei posti ha poco da offrire, se non si è appassionati di paesaggi lunari. Il villaggio di Santa Maria merita comunque una passeggiata così come la spiaggia, dove la sera abbiamo avuto il primo assaggio della cucina capoverdiana, una di quelle cose per cui tornerei subito.

Una bella immagine del primo incontro di Michele e Antonella con la popolazione locale, a Sal, nel loro primo giorno a Capo Verde.

Il nostro viaggio è proseguito in direzione di Sao Vicente, dove ho potuto incontrare Silvia, che ci ha consegnato la tessera di Simabo in cambio della donazione fatta all’associazione per l’aiuto ricevuto nella preparazione della vacanza. Insieme a lei abbiamo visitato Mindelo, la capitale della movida capoverdiana. Tutto molto lontano dal turistico come intendiamo noi.

La tessera di socio che ricevono i viaggiatori che acquistano una vacanza Simabo.

Capo Verde è Africa prima di tutto, perciò è soprattutto essenzialità, quella che molti chiamano povertà e io chiamo genuinità. L’incrocio di razze che ha caratterizzato la storia di questo popolo ha creato un mix che non è sbagliato definire unico: l’influenza portoghese e inglese unita alla matrice africana con l’eco del Mar dei Caraibi e del Sud America. Mindelo è la capitale culturale di Capo Verde, la patria del più grande prodotto di esportazione della repubblica: la musica e con lei Cesaria Evora la cantante scalza, l’ambasciatrice nel mondo dei loro suoni. A Mindelo abbiamo alloggiato al Café Mindelo, una casa coloniale sulla strada lungo mare. Molto caratteristico e sotto c’è anche il ristorante.

Quattro dei tanti gattini che l’associazione aiuta con le donazioni.

Sao Vicente è il posto ideale per visitare l’isola più estrema dell’arcipelago, l’ultima delle isole di Sopravento: Sant’Antao.
L’impatto con Sant’Antao è fortissimo. L’isola sembra in totale discontinuità con le altre. A vederla sembra più un pezzo di cordigliera delle Ande che se n’è venuto in Africa. La salita verso il vulcano è spettacolare, il panorama anche grazie alle nuvole che sembrano bassissime (o forse eravamo noi parecchio in alto) toglie il fiato. Il tour organizzato da Silvia con guida personale, prevedeva la salita al vulcano e poi discesa fino a Ribeira Grande e Ponta do Sol. L’altra faccia di Santo Antao, quella rivolta verso il Brasile, non ha nulla a che vedere con le isole sorelle vicine. Qui l’ambiente ricorda le foto delle isole caraibiche.

Un primo piano delle montagne di Santo Antao.

Lungo la strada panoramica affacciata sull’oceano, siamo tornati verso Porto Novo, da cui abbiamo abbandonato l’isola del grogue (bevenda alcolica distribuita in tutto l’arcipelago prodotta dalla canna da zucchero – di dubbio gusto ma di notevole tasso alcolico, provare per credere), prendendo il traghetto per Sao Vicente.

Sao Vicente vista da Santo Antao durante la salita al cratere di Cova, lungo la “strada vecchia”.

Il nostro viaggio, dopo relativo riposo, è proseguito verso Boavista, l’ultima isola verso il continente africano delle Sopravento. Un altro mondo, ancora diverso; più vicino alle altre sorelle che a Sant’Antao ma sicuramente non ruvido quanto Sal. Boavista ha zone desertiche, ma anche tratti di vegetazione e lunghissime spiagge. Quello che ho apprezzato maggiormente è il fatto che ho avuto la sensazione che fosse la più selvaggia, la più vergine, almeno nella parte bassa nonostante, insieme a Sal, sia quella che sta subendo l’espansione maggiore in termini di turismo.

A Boavista ho alloggiato i primi giorni in un fantastico posto chiamato Espinguera dove l’amica Larissa ha ristrutturato un vecchio villaggio di pescatori trasformandolo in una struttura ricettiva. Spinguera è un posto magico di per sé (è già bella la strada per arrivarci) ma Larissa e il suo staff lo rendono ancora più accogliente. Quando vai lì non sei ospite “dell’albergo”, ma di una famiglia formata da Larissa e dal gruppo di ragazzi capoverdiani che la aiutano nella gestione della struttura.

Michele in quad sulla spiaggia di Santa Monica a Boavista.

L’ultima tappa è stato il capoluogo di Boa Vista, Sal Rei. Qui abbiamo alloggiato presso il Migrante che è probabilmente il più caratteristico tra tutti gli alberghi visitati, derivato dalla ristrutturazione di una vecchia casa coloniale. Spesso l’albergo è meta dei turisti dei villaggi che vogliono vedere qualcosa di “tipico”. E’ assolutamente meglio viverlo diventando ospiti della struttura anche perché i gestori Massimo e Cristiano sono persone gentilissime. Sal Rei è stata la base per poter proseguire il giro dell’isola utilizzando il quad per arrivare fino alle incontaminate spiagge di Santa Monica, posto in cui, più di ogni altro, ho “sentito” la maestosità dell’Atlantico.

Forse perché sono più di 20 chilometri di spiaggia, forse perché non penso di poter rifare un percorso in quad attraversando una spiaggia di 20 km senza incontrare nessuno (!), . o forse perché ero insieme alla persona giusta nel momento giusto e nel posto giusto e nell’Oceano si specchiava anche la mia energia.

Il ricordo più bello è il volo di falco lungo il litorale al nostro fianco mentre percorrevamo la spiaggia. Quell’immagine, quel momento è il momento che riassume la sensazione di libertà che mi ha dato Capo Verde. Non lo dimenticherò mai. Ancora adesso, quando ci penso, mi viene sodade. Grazie a tutti, grazie a Silvia in particolare, spero di poter tornare.

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